Fotografia significa "scrivere con la luce", ovvero "imprimere un'immagine su di un supporto idoneo ad accoglierla". Trasportando questo concetto ai tempi moderni e, in generale, all'arte, possiamo quindi affermare che un fotografo "deve" riuscire a imprimere le immagini (scelte assecondando il proprio gusto, l'istinto o la sorte) nelle menti di chi le osserva.

Se il mestiere fosse tutto qui, anche il sottoscritto se ne andrebbe in giro, bellamente, con una macchina fotografica al collo, una di quelle usa-e-getta, sapete.

E invece no, quest'arte non è affatto così semplice. Il fotografo "deve" essere in possesso anche di una certa bravura, "deve" saper cogliere il momento giusto (oppure: "deve" lasciare che il momento giusto lo colga preparato), "deve" per forza di cose possedere gli attrezzi giusti, e "deve" dannarsi l'anima nel riuscire a fare in modo che l'immagine che ha scelto di imprimere nei nostri cervelli sia soprattutto ricordata come "bella"

Una fotografia appesa a un muro, perciò, deve riuscire ad afferrare i passanti e inchiodarli su di essa; deve strappare loro qualche commento, qualche esclamazione, qualche smorfia di sorpresa. "Deve" emozionare, toccare i sentimenti, stimolare un sorriso o evocare un rammarico. Non importa quale corda vada a sollecitare, l'importante è che vibri.

Il passante, quindi, lasciato libero di proseguire, tornerà alla propria realtà con qualcosa in più da raccontare, da ricordare; un qualcosa che lo ha arricchito dentro, che non immaginava potesse esistere o che aveva già dentro e aveva dimenticato.

Ecco, "questa" è l'arte di Patrizio Napolitano.

Massimo Baglione, uno dei passanti.

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